Tratto dall'edizione numero 3 del 23/09/2022

Analisi: Non basta più sostenere le Pmi: bisogna aiutarle a crescere

di Giuseppe Russo

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Piccoli si nasce per forza, ma la terza rivoluzione industriale offre occasioni in molti più ambiti nei quali provare l’avventura dell’impresa

di Giuseppe Russo (Direttore Centro Einaudi di Torino)

Le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia italiana. Un fatto noto. Ma come è accaduto? Non è sempre stato così. L’economia italiana è conosciuta per la sua base manifatturiera, nata nella seconda metà del secolo scorso. All’origine, la struttura industriale era formata da un certo numero di grandi imprese (quelle, per intenderci, con più di 250 dipendenti, e che nello specifico ne avevano decine di migliaia), sia private che pubbliche, con intorno un nugolo di imprese piccole e molto piccole in funzione di fornitori. I settori erano quelli della seconda rivoluzione industriale: si producevano automobili, prodotti chimici, gomme, cavi, tessuti, elettrodomestici e macchine utensili. Ad essere mancante era la dimensione media. I settori della seconda rivoluzione industriale producevano prodotti standard che richiedevano la produzione di massa che a sua volta non lasciava scampo al destino di crescere.

Quando la seconda rivoluzione industriale ha passato il testimone dello sviluppo alla terza, le grandi imprese italiane sono entrate in crisi oppure si sono internazionalizzate. Per conseguenza, la dimensione media delle imprese è scesa e l’Italia è diventata il paese delle Pmi.

Ma sono tutte uguali? No, non sono tutte uguali. Dall’inizio del ventunesimo secolo una indagine di Mediobanca con Unioncamere nazionale distingue le medie imprese dalle altre. Cessando il primato delle grandi imprese, le medie imprese italiane si sono sviluppate, per lo più anche esse internazionalizzandosi. Per questo, le medie imprese italiane sono un caso di successo, ma, essendo note come “multinazionali tascabili”, sono spesso più conosciute all’estero che in Italia, dove concorrono a creare occupazione e sviluppo. Cresceranno senz’altro di numero e di dimensione, perché guardando nei loro conti si vede che hanno produttività e capacità di generare flussi di cassa superiore alla media e pari ai concorrenti stranieri.

Nonostante questo, l’ombrello che le medie imprese forniscono al resto del sistema economico è più piccolo di quello delle grandi imprese di una volta, un po’ per costituzione, e un po’ perché le medie imprese sono internazionalizzate quasi per definizione e il loro impatto è più diffuso di quello, ben localizzato, delle grandi imprese di una volta, che davano vita ai grandi poli industriali. In altri termini, l’indotto delle medie imprese non sostiene l’enorme numero delle piccole, che quindi devono convincersi di essere autonome. E qui le piccole imprese si dividono in due gruppi.

Il primo gruppo, più robusto, ha risolto il bisogno di autonomia organizzandosi in distretti e filiere. I distretti sono una peculiarità tutta italiana. Sono coacervi ben organizzati di interessi territoriali, imprenditoriali, occupazionali, che riescono a superare grazie alle relazioni con il territorio, le limitazioni normali delle imprese piccole. Si calcola che nei distretti operi però una Pmi su quattro in Italia, quindi una realtà consistente, ma non esclusiva. Non tutti i territori si prestano a insediare un’economia distrettuale. Il vero problema per il nostro futuro sono quindi le altre tre Pmi. Come farle crescere? Come superare i vincoli della dimensione? Come raggiungere i mercati più promettenti?

Questa sfida è sicuramente importante perché l’Italia è un paese con oggettivi limiti a crescere su base demografica. Lo sviluppo non si può più ottenere aumentando le persone, ma si deve ottenere sfruttando meglio le risorse che abbiamo e questo è sicuramente più difficile per Pmi piccole, isolate, rimaste nei settori della seconda rivoluzione industriale.

Per questo è cruciale che la politica industriale si muova, e lo faccia presto. Molte delle politiche di oggi sono di mero sostegno delle Pmi. Devono essere trasformate in politiche di potenziamento. Come? In due modi. Piccoli si nasce per forza, ma per fortuna la terza rivoluzione industriale offre occasioni in molti più ambiti della seconda nei quali provare l’avventura dell’impresa. Le tecnologie di base sono state arricchite dai paradigmi science-based, dalle biotecnologie, quelle delle scienze della vita; l’agritech, l’intelligenza artificiale sono diventati nuovi terreni di investimento. Recentemente si sono aggiunti i campi dell’economia circolare, dell’energia e della sostenibilità. Pmi sì, dunque, ma meglio se redirette verso ambiti innovativi. Per quelle tradizionali, per le quali questo salto non sia possibile, invece crescere è un imperativo, formando organizzazioni nel cui ambito le relazioni tra imprese siano capaci di ricreare i vantaggi di efficienza della grande dimensione. Consorzi, reti di imprese, sono solo alcune delle strutture necessarie perché le Pmi non siano luoghi di attesa di un futuro di prosperità improbabile ad accadere. È necessario superare l’illusione che la piccola dimensione, insieme all’autonomia, costituiscano un habitat confortevole per gli imprenditori. L’habitat confortevole e stabile nel capitalismo non esiste. Cambiare e migliorare sono il pane e burro della vita delle imprese, e riguarda tutte, Pmi a maggior ragione.