Tratto dall'edizione numero 3 del 23/09/2022

Focus/1 Il perimetro di Mario Draghi

di Silvio Magnozzi

scritto il

A pochi giorni dal voto il Presidente del Consiglio è volato in America. Chiunque siederà a Palazzo Chigi farà i conti con l’Atlantismo non negoziabile

di Silvio Magnozzi

Comunque vadano a finire queste elezioni politiche del 2022 (per inciso, hanno dato vita ad una delle più brutte campagne elettorali di sempre), un dato emerge con nettezza da quest’ultima settimana appena trascorsa prima del 25 settembre: Mario Draghi, il presidente del Consiglio uscente, ha tracciato in maniera netta nei suoi giorni di governo la politica estera italiana rispetto ai cambiamenti geopolitici e ai conflitti in corso. La linea è atlantista. Punto. L’amico americano in questi mesi difficili, cominciati il 24 febbraio scorso con l’invasione russa dell’Ucraina, ha trovato nello schierarsi senza se e senza ma dell’Italia con Kiev un partner affidabile e senza ambiguità. Dopo gli ammiccamenti in politica estera degli anni passati, a Putin ma anche verso la Cina, il ruolo di Draghi è stato quindi fondamentale nell’evidenziare un’Italia alleata e in stretta collaborazione con Washington.

Il viaggio in America di questa settimana fatto da Mario Draghi, a poche ore dal voto, non è quindi il viaggio del passaggio di consegne di un leader che lascia Palazzo Chigi in attesa del leader che avranno scelto gli italiani nelle urne, bensì è il viaggio e la diplomazia di chi ha tracciato un perimetro oltre il quale l’Italia non dovrà sconfinare. Questo perimetro è composto da diversi tasselli. Sul primo abbiamo in parte già detto, esso riguarda lo stare con l’Ucraina e nell’insistere nella politica di isolamento internazionale di Mosca fino a quando sarà necessario. Il secondo tassello, non meno importante, riguarda invece il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.

Sull’altra sponda di quello che un tempo era il mare nostrum, infatti, si consumano due partite decisive per il futuro del nostro Paese, degli equilibri internazionali e dell’Europa. La prima sfida riguarda la Libia, un paese dove il rischio del riaccendersi della guerra civile è sempre dietro l’angolo (le tensioni, quelle non sono mai cessate) e che dovrà essere stabilizzato per poter governare i flussi migratori e per far tornare Tripoli ad una sorta di pacificazione. La Libia è nevralgica poi – la seconda partita – anche per la questione energetica, dato che con le sanzioni alla Russia e l’indipendenza da raggiungere dal gas di Mosca entro il 2024 il mare a sud dell’Italia, verso l’Africa del nord appunto, diviene luogo di importazioni e di transito del gas che dovrà rimpiazzare le forniture di Putin. Questo, se la politica estera italiana saprà muoversi con accortezza e coerenza, potrebbe fare del nostro Paese l’hub energetico di tutta l’Europa, Continente che un tempo prendeva le risorse necessarie a est ed invece oggi le deve cercare a sud. Terzo tassello del perimetro Draghi: come potersi muovere in un Mondo dove i conflitti e il caos vanno aumentando.

Avere una collocazione atlantista chiara, da alleato affidabile ma anche sincero, permetterà al nostro Paese di non trovarsi mai fuori dallo scacchiere internazionale dove si giocano i risiko globali. L’Italia non è, diversamente dalla Francia o dalla Gran Bretagna, un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, un’assenza questa che rende ancor più determinante il sapersi schierare. Nei suoi mesi al governo Draghi ha lavorato con caparbietà a questo e mentre tutti non facevano altro che parlare della sua agenda lui tracciava un perimetro: quello dell’Italia in politica estera, assai più determinate e duraturo di un’agenda. Un perimetro da cui il prossimo governo, qualsiasi sarà la maggioranza (questo lo decideranno gli italiani e le italiane), non potrà uscire. Il perimetro atlantista.