
Per Kiev la Crimea è l’oggetto del negoziato o l’obiettivo della vittoria?
Attorno alla penisola nel Mar Nero, annessa dalla Russia ma reclamata dall’Ucraina, si gioca una partita decisiva della guerra, tanto a livello politico quanto strategico.
Attorno alla penisola nel Mar Nero, annessa dalla Russia ma reclamata dall’Ucraina, si gioca una partita decisiva della guerra, tanto a livello politico quanto strategico.
Il conflitto in Ucraina si avvia a segnare il primo anno di morte e distruzione, Massimo Nava al Settimanale: una de-escalation è probabile ma nel Donbass ora la Russia è in leggero vantaggio. La pace? Ci sarà solo con un compromesso.
Cina, India, Turchia, Iran, i Paesi africani, centro-asiatici e sudamericani non provano sudditanza verso Mosca. E la Russia non è l’Unione Sovietica che si presentava come potenza colonizzatrice alternativa al capitalismo.
Il leader russo punta su una guerra lunga per fiaccare l’esercito ucraino e il sostegno occidentale a Kiev. Ma le sanzioni cominciano a fare effetto, e gli equilibri interni di una dittatura sono fragili.
Il cancelliere da una parte vuole tenere aperto un canale di dialogo con Mosca, dall’altra vuole mediare tra gli schieramenti in Europa.
A causa delle sanzioni Mosca dovrà vendere meno idrocarburi e a prezzi inferiori. Verso una rottura definitiva con l’Europa che peserà sulle imprese rimaste in Russia.
La Russia non è l’Urss, sarà sconfitta entro l’estate e Putin è destinato a morire, il punto critico è la dipendenza di Zelensky dall’aiuto occidentale.
Dalla caccia alle petroliere alle assicurazioni fino alla volatilità dei prezzi: l’impatto delle restrizioni varate dall’Europa.
Dietro ai gasdotti siberiani che riforniscono l’Europa, anni di sfruttamento dei combustibili fossili, disastri ambientali censurati e inquinamento.
La corsa del colosso asiatico rallentata dai lockdown anti-Covid e dalla stretta contro le speculazioni nel settore immobiliare.